Francesca Marziano / Tra medicina iperbarica e subacquea al femminile
Torniamo, dopo una lunga assenza, con la storia di Francesca: istruttrice subacquea, medico iperbarico e molto altro. Vi invitiamo a leggere la sua intervista e a conoscere il suo percorso, il suo rapporto con l’acqua e il progetto NEREIA, dedicato alla subacquea al femminile.
Chi è Francesca Marziano e in che modo la sua vita è legata all’acqua?
In realtà, il mio rapporto con l’acqua è iniziato molto prima di quanto si possa pensare. Ho cominciato a fare subacquea da bambina, con i corsi Minisub della FIPSAS, quindi il mondo sommerso è entrato nella mia vita prestissimo.
Poi, per qualche anno, ho preso una strada diversa. Il mio primo grande amore sportivo è stato lo sci e, per un periodo, mi sono dedicata quasi completamente a quello. A 15 anni, però, ho avuto un brutto incidente sciando, che mi ha portato a un lungo ricovero e a diversi interventi chirurgici.
Dopo quel periodo avevo soprattutto voglia di riprendermi un po’ della mia vita, di tornare a fare qualcosa che mi facesse stare bene e che non avesse a che fare con ospedali e riabilitazione. Ed è stato proprio allora che sono tornata alla subacquea.
Credo che da quel momento il mare abbia assunto per me un significato diverso. Non era più soltanto uno sport che avevo praticato da bambina: era uno spazio in cui riuscivo a sentirmi di nuovo libera e indipendente.
Da lì, in qualche modo, non l’ho più lasciato. Oggi sono medico iperbarico e istruttrice subacquea FIPSAS, mi occupo di divulgazione e formazione sulla sicurezza in immersione e insegno nel Club Sub Nettuno, di cui sono anche vicepresidente.
Alla fine, l’acqua, che era entrata nella mia vita quasi per gioco quando ero piccola, è diventata uno dei fili che tengono insieme moltissime parti di quella che sono oggi.
Quando e come è iniziata questa passione per la subacquea? E soprattutto, quando hai capito che volevi diventare istruttrice FIPSAS? Raccontaci il tuo percorso, dall’inizio fino a oggi.
Ho iniziato davvero molto piccola, con i corsi Minisub FIPSAS. Poi ho interrotto per dedicarmi allo sci e sono tornata alla subacquea da adolescente, dopo l’incidente che avevo avuto sulle piste.
Da quel momento è stato tutto abbastanza consequenziale. Più mi immergevo, più volevo imparare, fare esperienza e capire meglio quello che stavo facendo.
Nel 2018 sono diventata aiuto istruttrice e credo che lì sia iniziato a cambiare qualcosa. Mi piaceva non soltanto immergermi, ma anche stare accanto agli allievi, accompagnarli nelle loro prime esperienze e vedere il momento in cui qualcosa che inizialmente sembrava difficile iniziava finalmente a diventare naturale.
Poi è arrivato il Covid e, come per tutti, improvvisamente ci siamo ritrovati fermi. Paradossalmente, è stato proprio quel periodo a farmi capire quanto quel mondo fosse diventato importante per me. Mi mancavano le immersioni, certo, ma mi mancavano soprattutto il club, le persone, l’insegnamento, tutto quello che ruotava intorno alla subacquea.
Così, terminato il lockdown, ho deciso di prepararmi seriamente per diventare istruttrice.
Dal 2023 insegno nel mio club e oggi è una delle attività a cui sono più affezionata. E il percorso continua: a fine settembre sosterrò l’esame per diventare istruttrice di secondo livello FIPSAS.
La cosa divertente è che, più vado avanti, meno ho la sensazione di essere “arrivata”. Ogni passaggio apre semplicemente nuove cose da imparare.
Che cosa provi quando sei in acqua? E cosa rappresenta per te, a livello personale e professionale?
Per me, entrare in acqua significa un po’ abbassare il volume di tutto il resto.
Sott’acqua sei costretto a essere presente: senti il respiro, controlli quello che stai facendo, osservi ciò che ti circonda. È una sensazione difficile da spiegare a chi non si immerge, perché contemporaneamente richiede molta attenzione e dà una grandissima sensazione di tranquillità.
A livello personale, è sicuramente uno dei posti in cui sto meglio.
A livello professionale, invece, l’acqua è diventata quasi un laboratorio. Quando studi fisiologia subacquea inizi a guardare un’immersione in maniera completamente diversa: dietro un gesto apparentemente semplice ci sono pressione, gas, termoregolazione, ventilazione, decompressione… e trovo tutto questo incredibilmente affascinante.
Sapresti raccontarmi il tuo ricordo più bello legato all’acqua?
È difficile sceglierne uno, ma probabilmente ne direi due, per motivi completamente diversi.
Uno è sicuramente il ricordo della mia prima immersione. Ci sono sensazioni che con il tempo diventano normali, come respirare sott’acqua, guardare verso la superficie dal fondo, rendersi conto di poter rimanere lì… ma la prima volta hanno qualcosa di quasi irreale. Credo che una parte della mia passione venga ancora da quella sensazione.
L’altro è un’immersione che, tecnicamente, potrebbe anche non essere stata la più spettacolare della mia vita, ma durante la quale ho conosciuto quello che oggi è il mio ragazzo. Quindi direi che il mare, oltre a regalarmi tantissime esperienze, ha avuto anche un discreto ruolo nella mia vita sentimentale!
Forse è anche per questo che faccio fatica a separare la subacquea dal resto della mia vita: molti dei miei ricordi più importanti, alla fine, hanno dell’acqua intorno.
Che tipo di istruttrice sei oggi? E quali sono i tuoi obiettivi futuri in questo percorso?
Credo di essere un’istruttrice che si chiede molti “perché” e che, soprattutto, vuole che siano gli allievi a farli.
Non amo molto l’idea del “si fa così perché si è sempre fatto così”. Preferisco che una persona capisca cosa sta facendo, perché lo sta facendo e cosa succede quando qualcosa cambia. Per me, un buon corso non dovrebbe semplicemente insegnarti a eseguire degli esercizi, ma dovrebbe renderti progressivamente più autonomo.
Cerco anche di adattare il più possibile la didattica alla persona che ho davanti. Non abbiamo tutti lo stesso corpo, le stesse paure, gli stessi tempi o la stessa facilità nell’apprendere un gesto. E, secondo me, un istruttore deve essere capace di tenerne conto.
In questo momento, il mio obiettivo più vicino è l’esame di fine settembre per diventare istruttrice di secondo livello FIPSAS. Più a lungo termine, invece, vorrei continuare a crescere sia dal punto di vista didattico sia nel punto di incontro tra insegnamento, medicina subacquea e sicurezza.
Mi piacerebbe contribuire sempre di più a una didattica in cui non si imparano soltanto delle regole, ma si impara a ragionare sott’acqua.
Oltre a essere istruttrice, sei anche medico iperbarico sulla terraferma. Come sei arrivata a questa professione? E in che modo questi due mondi si influenzano a vicenda?
Probabilmente la subacquea ha avuto una responsabilità enorme nella scelta.
Durante il mio percorso di medicina ero già una subacquea e, più studiavo il corpo umano, più mi incuriosiva capire cosa gli succedesse quando lo portiamo in un ambiente per il quale, in fondo, non siamo stati progettati.
Da lì è nato l’interesse per la medicina subacquea e iperbarica e, successivamente, la scelta di formarmi professionalmente in questo campo.
Oggi i due mondi si contaminano continuamente. Essere subacquea mi aiuta come medico perché conosco concretamente l’ambiente, l’attrezzatura, le sensazioni e anche gli errori che possono verificarsi durante un’immersione.
Allo stesso tempo, essere medico ha cambiato tantissimo il mio modo di immergermi e di insegnare. Mi ha fatto capire quanto sia importante non limitarsi alle regole, ma comprenderne la fisiologia.
E forse è proprio da questo incontro che è nata anche la mia voglia di fare divulgazione.
Sei la fondatrice di “NEREIA – La Subacquea al Femminile”. Ci racconti brevemente di cosa si tratta e cosa ti ha spinta a dare vita a questo progetto? Com’è nato il nome “NEREIA” e su quali piattaforme possiamo seguirvi?
NEREIA nasce con un obiettivo abbastanza semplice: parlare di subacquea femminile partendo dai dati e non dagli stereotipi.
Il progetto nasce all’interno di FIPSAS e da un lavoro condiviso tra istruttrici e professioniste che si sono rese conto di quanto alcune difficoltà vissute dalle donne nella subacquea venissero spesso considerate semplicemente “normali” o raccontate come piccoli problemi individuali.
In realtà, esistono differenze antropometriche, fisiologiche e ormonali che possono avere conseguenze molto concrete: dalla termoregolazione alla vestibilità dell’attrezzatura, dalla distribuzione della zavorra fino ad alcuni aspetti della fisiologia dell’immersione.
NEREIA vuole raccogliere le evidenze disponibili, fare formazione e aiutare istruttori e subacquee ad affrontare questi temi con maggiore consapevolezza.
Il nome viene dalle Nereidi, le ninfe marine della mitologia greca. Ci piaceva l’idea di un nome profondamente legato al mare, ma anche chiaramente femminile.
Il progetto viene raccontato soprattutto attraverso i canali social e le attività formative FIPSAS, oltre ai contenuti divulgativi che portiamo avanti online e negli eventi dedicati alla subacquea.
C’è stato un momento particolarmente difficile nel tuo percorso, in acqua o nella vita, che ti ha lasciato un insegnamento importante? E come sei riuscita a superarlo?
Probabilmente sceglierei gli anni dell’università.
Medicina è una facoltà molto impegnativa e, soprattutto in alcuni periodi, rischia di diventare quasi totalizzante. Studi tantissimo, passi molto tempo in ospedale e, a un certo punto, è facilissimo iniziare a misurare le proprie giornate in esami, voti e cose ancora da studiare.
Per me, la subacquea è stata importantissima proprio per questo.
Avere qualcosa che esistesse completamente fuori dall’università mi aiutava tantissimo a staccare la testa. Quando entravo in acqua non importava quale esame stessi preparando o quale voto avessi preso: ero semplicemente lì, con delle persone con cui condividevo una passione e con qualcosa di completamente diverso su cui concentrarmi.
Mi ricordava che non ero soltanto una studentessa di medicina. Che un brutto esame era un brutto esame, non una definizione di chi fossi.
Credo che sia una lezione che mi è rimasta anche oggi. È molto facile identificarsi completamente con il proprio lavoro o con quello che si sta cercando di raggiungere. Avere qualcosa che ami al di fuori di tutto questo, invece, ti restituisce un po’ di prospettiva.
E per me, quel qualcosa è sempre stato il mare.
Che messaggio vorresti lasciare alle ragazze o alle donne che si avvicinano oggi al mondo della subacquea?
Direi che la subacquea può essere una straordinaria scuola di indipendenza.
All’inizio ti affidi inevitabilmente a un istruttore e a chi ha più esperienza di te, ma l’obiettivo dovrebbe essere diventare sempre più consapevole di quello che fai: conoscere la tua attrezzatura, saperla gestire, capire il tuo corpo, prendere decisioni, riconoscere quando qualcosa non va e avere la sicurezza di dirlo.
E secondo me, per una donna, questo messaggio è particolarmente bello.
Per tanto tempo molte attività tecniche o considerate “avventurose” sono state raccontate come mondi prevalentemente maschili. La subacquea, invece, può insegnarti molto presto che puoi preparare la tua attrezzatura, gestire un problema, orientarti, pianificare un’immersione e prenderti la responsabilità della tua sicurezza.
Non significa dover dimostrare di saper fare tutto da sole: un bravo subacqueo sa anche quando chiedere aiuto e lavora sempre con il proprio compagno.
Ma c’è una grande differenza tra collaborare con qualcuno e dipendere da qualcuno.
E forse è proprio questo il messaggio che vorrei lasciare: imparate, fate domande, diventate competenti e cercate di costruire la vostra autonomia. Perché sentirsi capaci sott’acqua, alla fine, è qualcosa che ci portiamo dietro anche quando torniamo in superficie.
Ringraziamo Francesca (@francesca.marziano su Instagram) per la disponibilità e per il prezioso lavoro di divulgazione e formazione che porta avanti, contribuendo a rendere il mondo della subacquea sempre più accessibile, consapevole e sicuro per tutte le donne.
Noi ci vediamo al prossimo episodio, che sia all’insegna della brezza marina o del profumo di cloro.
Rimanete connessi sul mio profilo Instagram @underwater_angelica per non perdervelo!







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