Giorgia Bozzo / Una vita nel sincro

 


È con grande piacere che oggi condivido con voi la storia di una persona speciale, mia ex compagna di squadra in piscina ed ex compagna di classe a scuola. Lascio la parola a lei.


Chi è Giorgia Bozzo e in che modo la sua vita è stata legata — o è ancora legata — all’acqua?

Sono sempre stata amante dell’acqua fin da bambina, da quando ho imparato a nuotare in mare senza braccioli durante le giornate in spiaggia con la mia famiglia. Avrò avuto tre o quattro anni.

Il primo vero approccio con la piscina è arrivato un po’ più tardi: ricordo di aver iniziato i corsi di nuoto perché soffrivo d’asma e di apnee notturne. Me lo aveva consigliato il medico.

In piscina mi fermavo sempre a guardare le ragazze che si allenavano nella squadra di nuoto sincronizzato. Rimanevo affascinata e, un bel giorno, l’insegnante mi chiese se volessi provare. È stato amore a prima vista.


Vuoi raccontarci più nel dettaglio come hai iniziato e qual è stato il tuo percorso? Lo pratichi ancora?

Come accennavo prima, ho iniziato quasi per puro caso. Avevo sei anni: ho cominciato il sincro nello stesso periodo in cui ho iniziato le elementari e da lì mi ha accompagnato per tutto il liceo.

All’inizio per me era solo un gioco: ero piccola, mi piaceva più della scuola e non vedevo l’ora che arrivassero lunedì, mercoledì e venerdì per andare ad allenamento e rivedere le mie amiche.

Ho iniziato nel Pro Recco Sincro, che all’epoca era una società molto rinomata e sempre ai vertici della classifica nazionale. Purtroppo la società fallì e mi ritrovai davanti a una scelta: smettere o cambiare sede.

Fu un anno molto strano: metà lo trascorsi nel Rari Nantes Sori e metà nel Rari Nantes Bogliasco. Lì rimasi fino alla fine, ma nel tempo cambiai molte compagne di squadra e allenatrici. Gli allenamenti raddoppiarono e passavo la maggior parte del mio tempo in piscina. A quel punto non andavo più per passione, ma per “obbligo”. Così smisi poco prima di iniziare l’università.

Ora non lo pratico più. Dopo aver smesso ho avuto quasi una sorta di astio verso la piscina, durato tre o quattro anni.


Il sincro ti ha accompagnato per la maggior parte della tua vita. Come sei riuscita a combinare allenamenti, studio e vita sociale?

Devo ammettere che ero molto determinata e disciplinata. Volevo eccellere sia nel sincro che a scuola: mi presentavo sempre con i compiti fatti, e non mi vergogno a dirlo.

Era però difficile dover rinunciare a molte gite scolastiche o uscite con i compagni di classe. Alla fine, la maggior parte delle mie amicizie — come tu ben sai — proveniva dallo stesso ambiente: compagne di squadra o persone conosciute in piscina.

Anche i miei partner, per fortuna, facevano parte del mondo dell’agonismo. E meno male: almeno ci capivamo quando uno dei due non aveva tempo per la coppia a causa degli impegni sportivi.


Che cosa ti ha insegnato il sincro che ti accompagna ancora oggi, anche fuori dall’acqua?

Probabilmente la disciplina. Lo noto molto nel lavoro: qui in Austria, dove sto facendo il dottorato, sono tutti molto attivi e sportivi, ma non a livelli agonistici come quelli a cui ero abituata io.

Spesso non comprendono il mio tipo di disciplina e la mia “ossessione” nel voler finire un lavoro, dare il massimo e passare subito al progetto successivo senza troppe pause.

Anche il perfezionismo che il sincro richiede — il migliorare anche il minimo movimento — mi è rimasto. Cerco di usarlo a mio favore quando voglio consegnare lavori ben fatti e precisi.


Come ti fa sentire l’acqua e che cosa rappresenta per te?

Vorrei fare una distinzione tra piscina e mare.

In piscina sono tornata a nuotare da poco e devo ammettere che era una sensazione che mi mancava: potrei nuotare per ore senza stancarmi e mi piace poterlo fare da sola, per conto mio.

Al mare, invece, l’acqua rappresenta pace e silenzio. Per questo cerco sempre di immergermi e fare apnea con la maschera.


Qual è il tuo ricordo più bello in acqua?

Facendo la stessa distinzione di prima, ne ho due.

L’anno scorso sono stata a Cuba con un viaggio organizzato ed ero l’unica del gruppo che se la cavava davvero a nuotare. La guida di snorkeling decise quindi di farmi vedere tutti i pesci colorati. Ricordo in particolare quando, con il suo aiuto, sono scesa a osservare da vicino dei pesci palla: mi sono emozionata tantissimo. Non so perché, ma è stato un momento davvero toccante per me.

In piscina, invece, più che un singolo ricordo, c’era una sensazione ricorrente che mi faceva stare bene: il momento in cui, in allenamento o in gara, ti togli il tappanaso sapendo di aver appena concluso l’intero balletto senza errori. Quella boccata d’aria era sempre piena di soddisfazione e orgoglio.


Qual è stato l’ostacolo o il momento più difficile che hai affrontato nel tuo percorso nel mondo del sincro?

Senza dubbio il momento in cui ho lasciato il nuoto sincronizzato. Ricordo tornare a casa dopo l’allenamento, entrare in cucina ancora con lo zaino, sedermi e scoppiare a piangere davanti a mia madre.

In quel momento capii che il sincro non mi appassionava più come una volta e che stava arrivando la fine di questo percorso sportivo.

Poco dopo smisi, ma mi ci sono voluti ben due anni per riassestarmi e ritrovare un equilibrio. Il nuoto sincronizzato mi aveva accompagnata per la maggior parte della mia vita ed è stato difficile smettere così all’improvviso.

Ammetto che pensai di passare alla propaganda, dove gli allenamenti sono ridotti e l’ambiente è molto meno competitivo. Ma sono sempre stata della mentalità del “o tutto o niente”: quindi o agonismo o nulla. E così si è concluso il mio percorso in piscina.

Mi piacerebbe trovare una piccola squadra per allenarmi sporadicamente, di tanto in tanto, ma qui in Austria, dove vivo, è piuttosto difficile.


Quale suggerimento daresti alle piccole atlete che si stanno avvicinando ora a questo sport? E se potessi tornare indietro, c’è qualcosa che cambieresti?

Vivetevela meglio, godetevi ogni momento.

Purtroppo in questo sport arrivi a un obiettivo per cui hai lavorato mesi e subito devi alzare di nuovo l’asticella. Non pensate solo alla meta, ma godetevi il viaggio. Passate più tempo con i vostri amici: sono momenti che non torneranno.


L’acqua non è mai davvero uscita dalla vita di Giorgia.

Ha solo cambiato forma: da agonismo a silenzio, da competizione ad ascolto di sé. 

E anche oggi, lontano dalle gare, continua a essere il suo spazio di pace, memoria e verità.


Ringraziamo Giorgia per averci permesso di raccontare la sua storia.

Vuoi scoprire di più sul mondo del nuoto sincronizzato? Seguimi su Instagram (@underwater_angelica) per non perdere la prossima intervista. 


Alla prossima! 

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