Alyssa / Oltre le medaglie, dentro una causa


Concludiamo questo 2025 in italiano, condividendo la storia di Alyssa e del mondo al quale appartiene: il nuoto sincronizzato.

Iniziamo chiedendole…


Chi è Alyssa e in che modo la sua vita ha a che fare con l’acqua?

Fin da piccola sono sempre stata una persona vivace e attiva: inizialmente praticavo sport come ginnastica e acrobatica, per poi passare al nuoto sincronizzato. Avevo 10 anni quando vidi per la prima volta questo sport in televisione: fu amore a prima vista e mia mamma decise di iscrivermi alla piscina più vicina.

Da lì il resto è storia. Per ben 10 anni il sincro è stato la mia vita. Ho smesso nel 2019, ma solo recentemente, con alcune vecchie compagne di squadra, siamo tornate in acqua tutte insieme per dare vita a un progetto chiamato “Seinchronisée”: uno spettacolo di 45 minuti di nuoto sincronizzato per sostenere una causa importante, il cancro al seno.



Che bella iniziativa. Mi piacerebbe approfondire un po’ di più entrambi gli aspetti. Iniziando dalla tua carriera nel nuoto sincronizzato da competizione, vuoi raccontarci la tua storia?

Come accennavo prima, ho iniziato a 10 anni, molto più tardi rispetto alle mie compagne di squadra. Devo però ammettere che la ginnastica mi ha dato una base solidissima da cui partire: mi ha aiutata tanto e mi ha permesso di avanzare di categoria molto velocemente, perché ero già consapevole del mio corpo e dei miei movimenti.

Sono arrivati subito anche i Campionati Regionali e Nazionali. Ammetto che, una volta entrati nel mondo del sincro, è difficile uscirne, soprattutto se le persone con cui condividi tutto sono anche le tue amiche. Gli allenamenti aumentano: a 12 anni mi allenavo già 3–4 volte alla settimana. Avevo priorità diverse rispetto alle mie compagne di classe ed è difficile accettarlo, o dire di no a uscite e compleanni. Proprio per questo motivo, le mie compagne di squadra sono diventate le mie migliori amiche.

A 13 anni sono entrata nella Nazionale Giovanile con i collegiali. Sono stata fortunata perché ho iniziato a Zurigo, in una delle squadre migliori della Svizzera, e questo garantisce molta visibilità per essere reclutate in nazionale. Alla Coppa Comen, ad esempio, 8 atlete su 12 appartenevano alla mia squadra di Zurigo. Questo facilitava anche la comunicazione, dato che parlavamo tutte la stessa lingua [come alcuni sapranno, la Svizzera è divisa in tre regioni linguistiche: italiano, francese e tedesco].

In generale mi ritengo molto fortunata: queste esperienze in nazionale mi hanno permesso di creare amicizie forti, ancora durature oggi.

Non nego però che ci siano state anche molte difficoltà. Tante delle mie compagne erano allo stesso tempo amiche e rivali: tutte volevamo raggiungere lo stesso obiettivo, il posto in squadra. Inoltre, tra i 15 e i 16 anni, abbiamo cambiato scuola e molte di noi si sono ritrovate nello stesso istituto: in classe insieme, in allenamento insieme.

Ho smesso nel 2019, ma come dicevo, solo recentemente sono tornata in acqua per dare vita al progetto “Seinchronisée”.


Ti va di spiegarci meglio di cosa si tratta?

La mia compagna di nazionale Babou Schüpbach ha avuto un tumore l’estate scorsa, che ha dovuto rimuovere e che per fortuna ha superato. Non è la prima nella sua famiglia ad aver affrontato questa malattia: anche sua mamma ha combattuto contro il cancro al seno dieci anni fa. Proprio per questo ha iniziato a pensare a come raccogliere fondi per un’associazione contro il cancro, e l’idea è nata proprio in ospedale.

Seinchronisée” è uno spettacolo di 45 minuti di nuoto sincronizzato, svolto interamente in acqua. Abbiamo partecipato in 20 atlete, per poterci dare il cambio e concederci piccole pause a rotazione durante l’esibizione. Lo spettacolo è diviso in 7 fasi, che rappresentano le 7 fasi della malattia: si parte dalla diagnosi e si arriva a un finale aperto, lasciando al pubblico la domanda finale — è stato il cancro a vincere o il contrario?

Ognuno ha potuto arrivare alla propria conclusione, interpretandolo a modo suo. Abbiamo avuto anche l’onore di condividere alcune testimonianze, ed è stato un momento molto commovente. Il riscontro del pubblico è stato forte: molte persone si sono emozionate, soprattutto chi aveva un legame diretto con questo tema, come familiari o pazienti stessi.

In totale abbiamo fatto quattro spettacoli, quando inizialmente ne avevamo previsto solo uno. Siamo già state contattate da un’altra piscina e la nostra idea è quella di continuare, adattando lo spettacolo agli spazi disponibili. Stiamo lavorando soprattutto in vista di ottobre, il mese della consapevolezza del cancro al seno. È stato bellissimo tornare in acqua tutte insieme dopo tanto tempo.

[Le foto dello spettacolo sono state scattate da Christophe Cotting – studio “Piccotting”].



Come ti fa sentire tutto questo? E cosa significa per te l’acqua?

Devo ammettere che, quando ho smesso, ho cercato tantissime altre cose, tranne l’acqua. Ma non ho mai trovato uno sport che mi facesse provare le stesse emozioni.

Per me l’acqua è silenzio, è libertà di potersi muovere in tutte le direzioni. Nell’acqua mi sento leggera e posso usare tutte e tre le dimensioni.

Nella vita di tutti i giorni tutto si muove velocemente, mentre nell’acqua si trova quella tranquillità necessaria per rallentare.


Qual è il tuo ricordo più bello legato all’acqua?

Direi le persone, più che le medaglie. Alla fine sono i momenti che rimangono, non i risultati.


Qual è stato l’ostacolo più grande o il momento più difficile della tua carriera?

Probabilmente il giorno in cui ho smesso. Ho dovuto interrompere il sincro a causa di problemi alimentari legati all’anoressia.

Oggi riesco a parlarne senza problemi, ma non è stato facile. Non ne sono uscita completamente, ma ci sto lavorando e mi trovo in una situazione decisamente migliore rispetto a cinque anni fa. Non so se tornerò mai al 100%, ma tempo al tempo.


Che consiglio daresti alle piccole atlete che stanno iniziando? O c’è qualcosa che cambieresti, potendo tornare indietro?

Il nuoto sincronizzato, come sport, è bellissimo — probabilmente il più bello che esista — ma l’ambiente in cui si vive può essere uno dei più difficili. Bisogna trovare un equilibrio.

Dopo aver smesso, mi sono dedicata ad allenare le più piccole della società: questo mi ha permesso di trasmettere loro ciò che è stato trasmesso a me, ma anche di evitare che vivessero le stesse difficoltà.

È fondamentale che le bambine e le ragazze mantengano il piacere di fare questo sport, che la fiamma resti accesa. Devono essere consapevoli che il sincro non è tutto. Rincorrere il perfezionismo che questo sport richiede non è sano: bisogna trovare un equilibrio tra la vita in acqua e quella fuori.



A volte non si torna in acqua per vincere,

ma per ricordare chi si è stati — e chi si è ancora. Ringraziamo Alyssa per averci trasmesso questo messaggio e averci permesso di raccontare la sua storia.


Vuoi scoprire di più sul mondo del nuoto sincronizzato? Seguimi su Instagram (@underwater_angelica) per non perdere la prossima intervista. 

Alla prossima! 


Comments

  1. Un'intervista molto interessante, che va "oltre" l'acqua affrontando importanti temi della vita quotidiana di tutti noi!

    ReplyDelete
    Replies
    1. Grazie, sono contenta che ti sia piaciuta! :)

      Delete

Post a Comment

Popular posts from this blog

Massimo Zarafa / 40 anni sott’acqua

Lorenzo Montalbetti / Alla ricerca di @lollomarittimo

Fulvia Melis / Al servizio del mare e di chi lo vive